Si parte.

24.7.15

Abbiamo deciso di fare una pazzia.
Abbiamo deciso di fare le cose con calma, lentamente, come fanno le Balene.

Abbiamo deciso di presentare un’idea a un cliente come avremmo sempre voluto fare: in modo approfondito, provando sulla nostra pelle i suoi prodotti e prendendoci tutto il tempo per farlo.

Andremo da Milano a Reggio Emilia a piedi.
Porteremo al cliente la nostra idea creandola passo dopo passo, letteralmente.

Nei prossimi 7 giorni percorreremo circa 200 km a piedi su strade di campagna sterrate ed assolate. Attraverseremo boschi, guaderemo fiumi, ci ustioneremo con il sole e suderemo 7 camicie: una al giorno.
Saremo dei veri e propri #mobileworkers: grazie ai nostri smartphone e tablet infatti potremo lavorare a pieno regime, sviluppando le nostre idee, restando in contatto con clienti e colleghi e, per una volta, anche con la natura.
Ma soprattutto ci piacerebbe essere in contatto con voi, che potrete seguire la nostra avventura in tempo reale su questa pagina e su tutti i nostri canali social:


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: #mobileworkers #slowbalene

Buona la prima

25.7.15

Tappa 1: Milano via Revere – Pavia
La prima tappa è andata.

Partiamo all’alba da via Revere e in attimo siamo sulla Darsena, popolata solo da squadre di spazzini intenti a rassettare il nuovo soggiorno milanese dopo un giovedì sera da bere.


Da lì inforchiamo il Naviglio Pavese e a quel punto sbagliare strada diventa impossibile: dovremo seguirlo per 30 km, fino a Pavia.

  
Il naviglio diventa un fidato compagno di viaggio: fino alle 11 lo ringraziamo calorosamente di tenerci compagnia con il suo piacevole scrosciare d’acqua, poi, verso mezzogiorno, iniziamo a maledirlo per colpa della sua acqua verdastra che ci impedisce di fare un bel tuffo liberatorio dal caldo che nel frattempo si è alzato, feroce.



Nel frattempo attiriamo l’attenzione dei locals che non mancano di regalarci consigli e opinioni sulla nostra impresa.

Il cartello “Certosa di Pavia” appare come un miraggio: significa cibo e acqua fresca.


Dopo aver apprezzato la Certosa di Pavia, la più classica e meravigliosa delle cattedrali nel deserto (definizione che con l’aiuto del termometro diventa  più che mai azzeccata), non ci resta che rantolarci per i 6 restanti km che ci separano da Pavia, dove collasseremo poche a poche ore dall’arrivo, stravolti ma strafelici.


# slowbalene   #mobileworkers


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Il secondo giorno è sempre il più difficile nella carriera di un #mobileworker

26.7.15

Tappa 2: Pavia – Santa Cristina e Bissone =  29 km

Sveglia alle 5.30 ante meridiem.

Ci laviamo la faccia con il caffé, beviamo una tazzina di sapone e in un attimo siamo per strada. Il cielo di Pavia è strano, è buio. Pensiamo che sia perché deve ancora nascere il sole ma neanche il tempo di pensarlo e una saetta ha già squarciato il cielo. Uno, due, tre, quattro e finalmente il tuono arriva. Beh, è distante ci diciamo. Uno, due, tre e quattro e arriva anche la pioggia aka Circe.

Ci copriamo, neanche a farlo apposta, sotto il Ponte Coperto.

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(foto del giorno prima)

Ormai è inevitabile. Dobbiamo sfoggiare le nostre meravigliose mantelle anti-pioggia.

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La temutissima tempesta che doveva portare via l’estate in realtà si rivela essere la più innocua delle pioggerelle estive che dopo neanche un’ora finisce, lasciando sul nostro percorso una piacevole umidità che nell’arco di poche decine di minuti diventa una foschia nebulosa in stile hammam. Confortati da questa piacevole condizione climatica, lasciamo la contea di Pavia.

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Da questo momento in poi il paesaggio sarà dominato dal PANTONE RASHID 361c: ettari ed ettari di risaie, a perdita d’occhio.

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Nel frattempo è arrivato un brief su un film 10″ da presentare entro lunedì. Nessun problema, i mobile worker accettano la sfida: tempo per parlarne e discuterne ce ne sarà in abbondanza. Iniziano i brainstorming  e gli approcci strategici: sia su come affrontare il brief, sia su come non farsi venire le ciocche ai piedi.

Proseguendo arriviamo nella ridente cittadina di Torre De’ Negri, comune di 346 abitanti di cui uno particolarmente sobrio e di buon gusto architettonico.

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La temperatura si alza e il sole incomincia a essere perpendicolare sui nostri coppini, ormai completamente viola.

A questo punto facciamo amicizia con un nuovo local, il quale ci offre un drink di acqua del suo pozzo e ci regala una massima che diventa subito l’insight della nostra campagna (pavese) .

Da questo momento in poi i ricordi diventano annebbiati dall’accecante luce del sole.

Passiamo sul fiume Olona che sembra essere anche lui esausto dal lungo viaggio attraverso la Lombardia, attraversiamo tratti desertici ed infine troviamo una pratica soluzione all’annoso problema del coppinus violeceum.
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Alle 14.00, dopo 29 km (27 per la questura), arriviamo a Santa Cristina e Bissone dove il parroco del paese ci accoglie nel suo oratorio dove ci raggiunge in auto l’artiglieria pesante: arriva Sandro e lì dove solitamente viene insegnata la catechesi, noi facciamo la nostra prima interna creativa.


Finito il dovere,  possiamo finalmente dedicarci con relax alle nostre passioni preferite: il copywriting e l’art direction.

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10 e Lodi

27.7.15

Tappa 3: Santa Cristina & Bissone – Orio Litta

Il bello di fare cose molto faticose è che poi, dopo averle fatte, le cose un po’ meno faticose sembrano molto piacevoli.

È quello che succede oggi a noi: abituati a fare 30 km al giorno, l’idea di doverne fare solo 17 ci fa sembrare tutto estremamente piacevole.

Parte del merito va sicuramente alla più classica delle nuvole di Fantozzi che decide di seguirci e di mettersi sempre esattamente tra noi e il sole. In qualsiasi altro momento della nostra vita la cosa ci avrebbe fatto irritare ed imprecare, oggi invece è la benedizione migliore che Santa Cristina e il suo socio in affari Bissone possono regalarci.

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Intravediamo finalmente anche una collina. È lasciata a se stessa, malinconica e sola in mezzo ad una distesa di pianura. Le balle di fieno sembrano guardarla con diffidenza e invidia, scocciate dal fatto di non poter più essere l’elemento paesaggistico con più altitudine della zona.

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L’ombra della nuvola ci permette persino di concentrarci e di apprezzare la genialità dell’avanguardia linguistica (foto 1) e semiotico-architettonica (foto 2) degli imprenditori locali.

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foto 1 – La i-psilon
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foto 2 – Tende per interni esterne

Poi, all’improvviso, la svolta. Un cartello ci annuncia il passaggio tra il ducato di Milano e la contea di Lodi. Il confine tra questi due mondi così diversi è segnato dalle cristalline acque del fiume Lambro.

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La percezione di essere entrati in un luogo magico ci viene confermata da un fortunato segno del destino: l’incontro, dopo solo pochi pochi passi in terra lodigiana, del sindaco di Orio Litta, la ridente cittadina in cui è programmata la nostra tappa seguente.

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Il sindaco si chiama Pier Luigi Cappelletti. È anche il maestro della scuola elementare di Orio Litta. Sin dagli albori della Via Francigena ne ha intuito le potenzialità e così, giorno dopo giorno, ha reso la sua piccola cittadina un vero e proprio gioiellino dell’accoglienza turistica per i pellegrini. Parlandoci, viene impossibile non pensare che se tutti i sindaci italiani fossero come lui, l’Italia sarebbe il paese più ricco d’Europa solo grazie ai guadagni del turismo.

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Inserti in marmo presumibilmente fatti inserire dal sindaco

Nonostante tutto però, c’è sempre qualcuno che cerca di mettere i bastoni nelle ruote anche ai progetti più ambiziosi. I soliti guastafeste che rovinano tutto con le loro dannate SGOMMATE…

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ogni anno migliaia di piste ciclabili vengono seviziate dalle sgomamte

Decidiamo di creare la nostra sala riunioni sull’argine del Lambro, protetti da una preziosissima ombra. La presentazione di lunedì ormai è vicinissima.

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Quando ci alziamo, abbiamo perso l’uso degli arti inferiori a causa di un mix letale tra effetti delle gambe incrociate e dosi di acido lattico fuori dal limite consentito dal codice della strada.

Per fortuna mancano solo poche centinaia di metri all’arrivo e un canale di origine benedettina con influenze zen/new age ci accompagna fino all’arrivo dove ad aspettarci ci sarà un pasto fresco ed estivo.

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Per fare le cose bene bisogna avere Piacenza

28.7.15

Tappa 4 – Orio Litta – Pittolo

Quando alle 6 in punto suona la sveglia, la fibrillazione sta già aleggiando nell’aria.
Abbiamo un appuntamento importante da rispettare, uno di quegli appuntamenti che sai che ti capiteranno una volta sola: dobbiamo far traghettare le nostre anime di pellegrini (che lentamente si stanno purificando dal peccato) da una sponda all’altra del Po. Il nostro Caronte è il fantomatico signor Danilo sul cui conto a Orio Litta aleggiano leggende mitologiche.

Lasciamo quindi in fretta e furia la torre dove abbiamo dormito, spostandoci presso una torrefazione che ci dia un caffé per svegliarci.


Il misticismo e la ricerca interiore comunque si sentono nell’aria. Ovunque ci giriamo ci sono campi di mais e questa visione ci fa riflettere profondamente.

Arriviamo ad una conclusione esistenziale: NELLA VITA, MAI DIRE MAIS.


Subito dopo aver attraversato Corte Sant’Andrea, sobborgo utilizzato come set per diversi film di ambientazione post catastrofe atomica mondiale,  si staglia davanti a noi, come una muraglia, l’argine del Po. Lo scaliamo e dall’altro lato troviamo il  traghettatore delle nostre anime, Danilo.


Danilo ci fa salire in barca con molta attenzione e professionalità: sembra un tipo taciturno.

Si accendono i motori e noi ne approfittiamo per scattarci l’immancabile selfie di rito.

Da prua a poppa: lo sforzo di scatta il selfie, l’incontenibile gioia di Danilo, gli occhi pieni di fiducia di Marco e Francesco

C’è anche tempo per un omaggio al monumento dedicato a Pocahontas, annegata tragicamente qualche anno fa dopo un attacco alla sua canoa da parte di una ronda padana che la credeva una profuga clandestina in cerca di fortuna in Italia.

Finito il breve tratto di navigazione Danilo ci dice di seguirlo a casa sua per lasciarci il timbro sulle nostre credenziali del pellegrino. In quel momento, lì di fianco c’è una piccola baracca di legno e noi, come i più classici degli sgargiantoni, gli facciamo la battutona: < Qual è, quella?> (riferendoci alla baracca).
Lui ci risponde con un ferale dato statistico: 7 pellegrini su 10 gli fanno esattamente questa stessa battuta. Ma sarà proprio la battuta di scarsa originalità che fungerà da formula magica per attivare Danilo e la sua proverbiale loquacità.

Quando poi si inizia a parlare di lentezza e lavoro, Danilo diventa una gioielleria di perle di saggezza.
(A breve anche reperti video sul l’incontro)

Danilo, il Tinto Brass del guado

Salutato Danilo dopo essere stati a casa sua (quella vera, stupenda), siamo ufficialmente in provincia di Piacenza.

Veniamo storditi dalla combinazione asfalto+caldo che sembra continuare a ripetersi in loop.

  

Iniziano le allucinazioni e così vediamo prima una base di lancio per missili aerospaziali…

… poi assistiamo alla nascita del movimento SI TAV, che vorrebbe l’alta velocità anche tra Calendasco e San Nicolò a Trebbia.


C’è anche il tempo per un rinfrescante tuffo nel Trebbia, in prossimità del ponte per Piacenza.


Entrati nella periferia di Piacenza, riceviamo chiari segnali divini che ci convincono che forse non è il caso di fermarsi per la notte nel capoluogo.

  

Andiamo avanti, fino a Pittolo, dove la signora Maria Grazia ci preparerà un piatto di pisarei e fasò a dir poco paradisiaco.


Come volevasi dimostrare: bastava avere Piacenza.
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In aperta campagna integrata

29.7.15

Tappa 5: Pittolo (Piacenza) – Fiorenzuola d’Arda

Essendoci lungimirantemente portati avanti nel percorso ieri, questa mattina possiamo permetterci di svegliarci più tardi, all’ora dei perdigiorno: le 6:05 (invece delle solite 5:55).

La signora Maria Rosa ci tende subito un tranello: una sorta di brioche piacentina base di peperoni, capperi, olive ed altre delicati ingredienti. È buonissima: non le si può resistere. Presenterà il suo conto salato (mai aggettivo sarebbe più azzeccato) più avanti nel cammino, creando nelle nostre bocce una piacevole sensazione di maglione di lana merino.

Dopo qualche kilometro incontriamo un meraviglioso albero. La cosa un po’ meno meravigliosa è che sarà l’unico di tutta la tappa.

In compenso passiamo un nostro simile: “Il Girasole”, fiore in un campo popolato da foglie.

 

Il giorno dell’arrivo e quindi della presentazione al cliente, si avvicina inesorabilemente quindi la camminata è un continuo e intenso brainstorming strategico e creativo, che viene interrotto solo da sporadici incontri, che non possiamo fare a meno di non commentare.


La nuova frontiera della moda hipster: bici monoruota a cassetta fissa, camicia con texture in stile copridivano, cappello di paglia

Guadiamo un torrente.

Poi ne guadiamo un altro. O forse era lo stesso? Era un déjà vu? Ok, siamo dentro ad Inception.

Poi, all’improvviso, all’interno di una casa diroccata, ci arriva un altro messaggio mistico.

call to action

 

reason why

Nel frattempo il caldo ci costringe a smettere di pensare. Un’ondata di siccità travolge tutto, anche i nostri cervelli.

 

Fortunatamente la protezione civile ha predisposto lungo l’ultimo tratto di strada, dei pratici kit per risolvere il problema dandosi fuoco.


Resistiamo alla tentazione di farlo e il tempo ci dà ragione: dopo pochi minuti, in mezzo al deserto, intravediamo una torre di estrazione di petrolio.


Scopriremo solo dopo, una volta entrati a Fiorenzula d’Arda, che quella era una  sorta di Tour Eiffel locale, edificata in occasione della Notte bianca. Ci auguriamo vivamente che, proprio come la parente parigina non venga demolita e possa diventare un simbolo dell’Italia del mondo.
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Morandiamo?

30.7.15

Tappa 6: Fiorenzuola d’Arda – Fidenza

A volte basta poco per iniziare una giornata con il piede giusto. Farlo è importantissimo, soprattutto se poi a piedi dovrai fare 23 km.

Oggi riusciamo a farlo grazie alla maglietta di Marco: è la maglietta che ha comprato al concerto del suo cantante preferito, Gianni Morandi.

 

 Ormai il danno è fatto: tutta la colazione la passiamo a canticchiare e fischiettare “Fatti mandare dalla mamma”.

Poi partiamo e il tormentone diventa “Andavo a cento all’ora”. L’entusiasmo ormai è incontenibile e la passione per il Paul Anka Italiano diventa contagiosa. Entriamo talmente nel mood della canzone che alziamo il passo così tanto che quando passiamo di fianco ai binari dell’altà velocità, azzardiamo uno scatto come a battere il Freccia Rossa che sta passando.


Purtoppo però, veniamo subito colpiti da una fitta dolorosissima all’Anka.

Dobbiamo fare qualcosa. Comunicare questa positività al mondo, a qualcuno che la sappia capire e apprezzare. Ormai è deciso: useremo i nostri smartphone per scrivere un messaggio sulla bacheca Facebook di Gianni, il Ragazzo di Monghidoro, e gli racconteremo della nostra avventura.

Il post sulla bacheca più attiva d’Italia ci galvanizza a tal punto da dimenticarci dei limiti biodinamici del nostro corpo. Ne fa le spese Francesco, che perde anche il secondo ginocchio (il primo gli era stato rubato all’inizio del viaggio, all’altezza di Rozzano, da una banda di trafficanti di rotule). Dovrà poi ricorrere a una estrema forma di auto-mummificazione.

 

Sfruttiamo la pausa come un’opportunità per lavorare alla presentazione sulle parti art e copy.

parte art
parte copy

Nel frattempo iniziano le salite che ci portano verso i gran premi della montagna della tappa: i cavalcavia sopra all’autostrada.

Scatta l’allarme ghiaccio e noi andiamo in paranoia perché ci siamo dimenticati a casa le catene da neve.


Fortunatamente una rappresentanza della bocciofila locale interviene in modo  provvidenziale, spargendo caramelle alla liquerizia sul fondo stradale ormai quasi totalemente ghiacciato.

Entrati a Castiglioni Marchesi è chiaro a tutti che il paese è diviso tra due passioni: gli animali e il design.

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quando l’animalismo incontra il design d’esterni

Ci avviciniamo a Fidenza, dove un media art crea un sofisticato parallelismo tra epopea post-matrimoniale e ferrovia.

Ma arrivati a Fidenza, c’è ancora un ostacolo da affrontare: la scala di “Doh!” (da leggersi con homersimpsoniana intenzione).

Con una media di un minuto a gradino arriviamo in piazza dove ci è subito chiara una cosa: “È QUI LA FESTA”.

I Randagi non saranno Gianni, ok, ma come ci disse un saggio all’inizio del nostro viaggio, < piuttost che nient l’è mei piuttost >.

Tracciato Runkeeper (causa arterio non l’abbiamo riavviato subito dopo alcune pause): http://rnkpr.com/aaaufbb

Dulcis in fundo valle

31.7.15

Tappa 7: Fidenza – Collecchio

Il penultimo giorno di un viaggio è sempre il più malinconico. Guardi indietro e rivedi tutta la strada lasciata alle spalle, tutti i bei momenti passati insieme ai tuoi compagni di viaggio, tutti gli insegnamenti che la strada ti e la fatica ti hanno lasciato. Poi ti rigiri per guardare di nuovo avanti e cazzo! È iniziata la salita porca troia. Ed è pure ripida.

È ufficiale, siamo arrivati in collina. Come saprete, prima di entrare in qualsiasi luogo è buona educazione pulirsi le scarpe per non sporcare e chiaramente non vogliamo farci subito riconoscere.

Sulla strada incontriamo un sacco di simpatici animali che ci sorridono e ci vogliono bene.


Poi però, d’un tratto, il nostro rapporto con loro inizia a deteriorarsi. I cavalli iniziano a farci dei tranelli, i cani si coalizzano al nostro passaggio per trapanarci il cervello abbaiandoci in coro, le mosche diventano kamikaze in caduta libera sulla nostra faccia.

un tranello equino

È per questo che chiediamo aiuto ai nostri amici di Diti medi agli animali i quali ci consigliano, per riportare la situazione alla normalità, di ditomediare ogni essere vivente sul nostro cammino.

  

Arrivati in cima a quella che diventerà la vetta più alta dell’intera spedizione, il panorama ci ripaga di tutta la fatica fatta fin qui.


In una sorta di idillio bucolico troviamo anche un albero di piccole e deliziose pere. Ne prendiamo una a testa e la custodiamo per diversi kilometri, aspettando il momento perfetto per gustarla. Ad ogni passo proviamo ad immaginarne la freschezza, il gusto zuccherino, la croccantezza. Poi, arrivato il tanto desiderato momento la addentiamo e… ci cade per terra.


Fortunatamente i locals sono persone molto generose ed ospitali con i pellegrini e quindi hanno disposto delle borracce di acqua fresca fuori dai cancelli dalle loro case. Possiamo così rifarci dalla delusione della pera.

Arrivati a Cella di Noceto abbiamo subito una panoramica sulla commistione tra tradizioni contadine centenarie e l’evoluzione della tecnologia.

la festa della POLENTA…

 

… incontra sospensioni, carburatore e marmitta POLINI

 Arrivati a Medesano, incontriamo Gianluca (regista di origini etnee) in un bar sudista. Con lui imbastiamo un ppm sulla produzione del video per la presentazione.

  

Da Medesano in poi entriamo in una full immersion mistica orientata alla presentazione. Proviamo i tempi della presentazione e cerchiamo di non lasciare nulla al caso. Sappiamo che dovremmo contare su tutti i nostri mezzi e sfruttare tutti gli strumenti del nostro mestiere.

Nel dubbio, ne prendiamo anche qualcuno in più.


Una volta arrivati in ostello parte lo sprint finale per chiudere la presentazione. È un momento delicato: l’abbiocco è in agguato dietro l’angolo e miete subito la sua prima vittima.

Domani è il grande giorno.

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Il giorno dei giorni

1.8.15

Tappa 8: Collecchio – Reggio Emilia

Ci sono mattine in cui sei tu a svegliare la sveglia. Questa è una di quelle.

La prima cosa che facciamo è controllare che la presentazione sia ancora funzionante e nel computer. Non sia mai che qualcuno si sia intrufolato nella stanza dell’ostello di notte cancellandocela o sabotandocela.

Ok, tutto a posto.

Colazione leggera a base di cipolle e cipollotti per cercare di coprire con un po’ di profumo, la puzza di sudore che sprigioneremo quando arriveremo.

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L’adrenalina non ci fa sentire neanche più il dolore alle gambe: siamo velocissimi.

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Per allentare la tensione iniziamo a tirare le somme sulla nostra operazione.

Ci diciamo: <  Siamo già contenti: in molti hanno parlato di noi, da Adweek a La Repubblica, e tutto sommato questa operazione non ci è costata un occhio, al massimo un ginocchio >  (cit. N.L).

Ma arrivati all’ultimo rettilineo, non conta più nient’altro: solo la presentazione.

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l’ultimo miglio

Eccoci. Ci siamo. Siamo davanti all’ingresso dell’azienda.

Entriamo e, per abitudine, chiediamo alla receptionist una camera per una notte, per tre pellegrini. Lei ci fa accomodare nella sala d’attesa, turbata.

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L’eleganza è sempre il miglior biglietto da visita

Arriva il cliente. Il nostro profumo di fresco rende i convenevoli iniziali un’esperienza multisensoriale.

Attacchiamo il computer al proiettore, risolviamo l’immancabile problema tecnico enunciato da Murphy nella sua Legge al comma 12.B e finalmente ci siamo.

Scopriamo che loro hanno seguito la nostra avventura sui social e quindi la presentazione si riscalda del calore di una serata tra amici a vedere le diapositive di un viaggio. Non mancano domande tecniche e approfondimenti complessi ma tutto, se preso con calma, può essere affrontato e discusso con la massima tranquillità.

Proprio una bella riunione.

Perfetto. Non potevamo chiedere di più.

Dopo i saluti di rito ci rimettiamo in viaggio. Questa volta in macchina, stanchi ma felici.

VO: [voce maschile calda, adulta. tono di voce serio, non più cazzone, quasi commosso]

Vogliamo ringraziare tutti voi che ci avete seguito, per tutto l’affetto e il sostegno che ci avete regalato durante questo viaggio. Speriamo che questa pazzia sia servita per comunicare un messaggio che va oltre una semplice presentazione a un cliente. Ieri notte abbiamo trovato una frase con cui chiudere il nostro video di presentazione che forse descrive bene il messaggio che avremmo voluto lasciarvi:

QUALUNQUE SIA IL TUO TRAGUARDO,
METTITI IN MOVIMENTO.

#mobileworkers

L’hashtag ormai c’è. Chi di voi quest’estate volesse condividere le sue avventure da mobile worker usandolo, può farlo liberamente. Anzi, ci farebbe molto piacere.

L’hashtag #slowbalene invece vi consigliamo di non usarlo, a meno che non vogliate poi essere assunti dalle Balene.

Le Balene colpiscono ancora